Road to Mandalay: il mio posto speciale

Stiamo aspettando da dieci minuti Min Min all’ingresso del nostro hotel a Bagan, pronti a visitare Mandalay, con lo zaino grande sulle spalle, quello piccolo sistemato davanti e gli occhi assonnati di chi il primo gennaio duemilasedici è già pronto alle otto del mattino.
Strano, non è assolutamente da lui fare ritardo.
Quando arriva si scusa scendendo al volo dalla macchina e ci spiega che durante la notte ha dovuto accompagnare un suo amico a fare la lavanda gastrica.
Si sa, i festeggiamenti di Capodanno.

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Con lui c’è Ton Ton, il nostro autista per qualche giorno.
Ton Ton è un tipo particolare: non parla inglese, peserà circa centosettanta chilogrammi, ha una folta chioma nera e si muove con la vivacità di un bradipo stanco, però a pelle mi è simpatico. Sembra tirato fuori da un cartone animato. Mi ricorda Winnie The Pooh in versione asiatica.

La strada che ci divide da Mandalay è lunga e i limiti imbarazzanti, tanto che mi verrebbe voglia di chiedere a Ton Ton di accostare e farmi proseguire a piedi, ma dopo un po’ mi addormento sul sedile di dietro e mi risveglio solo quando sento il rombo dell’auto farsi meno insistente. Ci stiamo fermando, ma è impossibile che siamo già arrivati, considerando che servono almeno quattro ore.

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Infatti ci troviamo nel bel mezzo di un villaggio nel quale non hanno mai visto un turista e appena ci sediamo al tavolo del ristorante improvvisato di turno, tutti gli occhi si spostano alla velocità della luce, puntandosi ovviamente su di noi.
Non sono affatto sguardi severi, anzi, userei un eufemismo se li definissi semplicemente curiosi. Poi -come solo lo straordinario popolo birmano sa fare- gli sguardi hanno lasciato posto a sorrisi tanto imperfetti quanto speciali e da semplici estranei siamo diventati parte del gruppo. Strano come siamo così abituati a cose assurde da considerare ormai inusuali semplici gesti che fanno rima con cortesia e accoglienza.
Dopo un po’, siamo realmente giunti a destinazione e abbiamo iniziato a visitare Mandalay e i suoi dintorni, perdendoci in balia delle bellezze.
Io e Diego abbiamo soprannominato questa città “La New York del Myanmar” perchè è molto diversa dalle altre: sicuramente più caotica e più moderna, ovviamente per quanto attualmente possa essere considerata moderna una località birmana.

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Cosa visitare a Mandalay e dintorni?

Kuthodaw Paya

Prima di partire non mi ero informata molto sui luoghi che avremmo incontrato perchè desideravo affidarmi completamente a Min Min e quando lui mi ha detto che quello che avevo di fronte a me era il libro più grande del mondo sono rimasta sbalordita.
Sono infatti 1081 -si, milleottantuno- le lastre di pietra sulle quali è stato inciso tutto il canone buddhista e che miracolosamente non sono mai state colpite da un bombardamento, diventando uno dei tesori più visitati di tutto il Myanmar.

 

 

Mandalay Hill

Il punto più alto della zona, che regala tramonti meravigliosi, ma secondo me quello che salta all’occhio non è il sole che va a riposare, bensì l’enorme varietà di colori che formano i mosaici presenti sulla sommità della Mandalay Hill.
Questo è il luogo giusto per incontrare tantissimi monaci che ogni giorno si radunano lì, pronti ad allenare il loro inglese scambiando quattro chiacchiere con i turisti.

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Mingun

Mingun si raggiunge in un’ oretta a bordo di caratteristiche barche di legno che attraversano il fiume Irawaddy ed è famosa perchè ospita la Mingun Paya, ovvero quella che sarebbe dovuta diventare la Pagoda più grande del mondo e che, invece, è rimasta incompiuta a causa di un terremoto, però in compenso la vista dalla cima è molto bella. Molto più affascinante è la Hsinbyume Paya, una pagoda candidamente bianca che è impossibile non notare.
Sempre a Mingun, c’è la Mingun Bell, la seconda campana più grande del mondo, che sarebbe dovuta essere ospitata dalla Mingun Paya.

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Amarapura

Situata a circa dieci minuti da Mandalay, è stata definita la “Città immortale” ed è meta di moltissimi visitatori interessati soprattutto a due cose: il monastero Mahagandayon, nel quale vivono tantissimi monaci che permettono ai turisti di assistere ai riti quotidiani, e l’Ubein Bridge, il ponte il legno di teak più lungo al mondo. E’ un panorama decisamente surreale.

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Sagaing

Ho lasciato Sagaing per ultima perchè è la casa di Min Min e già solo per questo motivo per me ha un valore speciale. E’ stato bello poter fare un salto nella sua vita da giovanissimo, prima che si laureasse presso l’università locale e abbandonasse la sua città natale per dedicarsi alla sua passione: essere una guida turistica e poter così mandare ogni mese soldi alla sua famiglia. Soldi che, però, venivano conservati di nascosto da una delle sue sorelle perchè Min Min non voleva in alcun modo ferire la dignità di suo padre, un uomo altamente enigmatico ed educato che abbiamo avuto modo di conoscere accettando il suo invito a pranzo.
Sagaing è uno dei luoghi più religiosi -e con più monasteri e pagode- di tutto il Myanmar. In passato, tanti birmani si nascosero a Sagaing Hill per salvarsi dai bombardamenti.
Molto interessanti sia la Soon Oo Ponya Shin Pagoda (vi sfido a ripeterlo velocemente!) che la meravigliosa U Min Thonze Pagoda, con le sue quarantacinque statue di Buddha perfettamente conservate.

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Visitare Mandalay è stato fondamentale per il nostro viaggio in Myanmar e più di una volta sono stata sul punto di piangere. Forse è proprio lì che ho raggiunto la quintessenza del mio amore per questo paese che continuo a non saper trasformare in parole.
Se penso a Mandalay, però, non mi vengono in mente i monumenti strepitosi o la sua importanza nella storia del Myanmar, niente affatto.
Mi vengono in mente le corse notturne in motorino con gli amici di Min Min, la sua famiglia che ci accoglie a braccia aperte e che dopo averci invitati a pranzo ci fa anche un regalo. Mi vengono in mente le bimbe del monastero che mi regalano fiori e mi stringono forte e le persone incontrate all’alba nel mercato locale che ci chiedono di fermarci a mangiare con loro. Mi viene in mente il momento dei saluti e degli abbracci, quando il magone sembrava volesse divorarci lo stomaco, la tristezza nel dover salutare un amico e la speranza di poter presto mostrargli il nostro paese con la stessa passione con la quale lui ci ha mostrato il suo, facendoci diventare parte integrante di una realtà apparentemente agli antipodi di quella a cui siamo abituati.
Incredibile, tuttavia, come combacino comunque tutti i pezzi, quando decidi di metterci il cuore.

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About

Marika Laurelli. Travel blogger autrice di Gate 309, Web Writer e Storyteller Appassionata di tutto ciò che riguarda i social network e nutre un amore smisurato per il mondo, l'avventura, la scoperta.

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