L’India stravolge i piani e stravolge te

Ho acceso il gas, ci ho messo sopra la moka del caffè ed ho aspettato che l’aroma invadesse ogni angolo della casa.
E’ una cosa che mi piace fare prima di iniziare a scrivere. Avere la tazza bollente a portata di mano per concedermi una pausa quando il flusso nella mia testa si fa troppo pesante o ingarbugliato.
Alla fine il caffè è uscito e io mi sono posizionata di fronte a questo schermo pronta a smistare i pensieri appuntati qua e là e ad unirli a quelli mai scritti.
Tutto questo succedeva un’ora fa.

Ho preso il caffè, ho sfogliato il diario. Ho ripreso il caffè, ho risfogliato il diario.
Ma trovare un senso logico a quello che l’India ti smuove dentro non credo sia possibile, quindi sai cosa ti dico?
Me ne frego e lascio semplicemente che le mani scivolino veloci sulla tastiera.

Sono tornata da un mese che mi ha portata a zonzo in Asia, prima l’India, poi Kuala Lumpur e infine l’Indonesia. Nei prossimi post mi concentrerò per fornire tutte le informazioni necessarie su questi luoghi così diversi tra di loro, spesso addirittura agli antipodi.
Per il momento però seguo il cuore, lo lascio parlare.
E oggi vuole parlare dell’India.

viaggio in India

Hai presente i bambini nella fase in cui iniziano ad avvertire il sonno e si aggrappano ai vestiti dei genitori per essere presi in braccio, tirando la stoffa quasi fino a strapparla?
E poi frignano e frignano e frignano ancora?
Ecco, a volte il nostro viaggio in India mi ha fatto pensare a quella fase. Quella appiccicosa.

Andare in India significa lasciare a casa i pregiudizi, capire di essere sul punto di affrontare un luogo con credenze, pensieri e luoghi totalmente diversi dai nostri. A volte lontani anni luce. Quello che per noi è normale per loro è assurdo. Quello che per loro è normale a me ha quasi fatto venire una crisi isterica.
Andare in India significa creare un proprio pensiero cercando di distanziarsi dai giudizi, nonostante a volte sia praticamente impossibile. Perché sono stati fatti tanti passi avanti e le situazioni mutano incredibilmente da un luogo all’altro, ma quando apprendi che nel duemilasedici la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze deve ancora sottostare ai matrimoni combinati e che le donne in tanti luoghi sono ancora l’ultima ruota del carro, allora il giudizio nella testa te lo formi eccome.

Perché quando qualcuno ti dice per rassicurarti che la selezione dello sposo o della sposa viene fatta comunque cercando di captare i gusti del malaugurato o della malaugurata di turno e che chi ha Facebook è un privilegiato perché può andare a spiare e contattare la persona che dovrà avere accanto per tutta la vita, allora capisci che c’è davvero qualcosa che non va. Qualcosa di grosso. 
E ti chiedi che fine abbiano fatto le sacrosante leggi dell’ attrazione.

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Non voglio che le mie parole vengano fraintese, perché io l’India l’ho amata con tutta me stessa ed è proprio tutta me stessa che le ho dato dal primo momento in cui ho messo piede a Delhi.
Eppure lei è proprio così. Dicevo, è appiccicosa.
Come nel caso dei bimbi che fanno i capricci, anche con l’India puoi decidere di avere due approcci: puoi tapparti le orecchie, fingere che intorno a te ci sia il silenzio e andare avanti aspettando l’inevitabile momento in cui le sue grida arriveranno a stordirti il cervello.
Oppure puoi prenderla in braccio, coccolarla e tranquillizzarla per poi ricavarne una serie di innumerevoli gioie.

Durante il nostro viaggio in India credo di aver provato tutte le emozioni che una persona può provare.
Le ho provate ogni giorno. A battute di più round.

Tutto quello che di brutto dicono sull’India è vero. Tutto quello che di bello dicono sull’India anche.
E’ un subcontinente pieno zeppo di expat e non tutti riescono a inserirsi in un tale labirinto fuori controllo fino a sentirsi a casa, infatti molti si trovano lì solo per questioni lavorative. Eppure ci sono persone -come la mia amica Susanna– che l’India l’hanno scelta a prescindere da tutti i lati negativi. Che l’hanno sentita addosso. Ed è così che io ho provato ad affrontarla, guardandola con gli occhi della tolleranza e della pazienza.
Tanta, tantissima pazienza, perché qui il contare fino a dieci si trasforma in contare fino a mille.

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Chi ti ha detto di aver visitato questo Paese senza intoppi e senza incazzarsi neanche una volta ti ha mentito. In realtà probabilmente era sulla sabbia bianca di qualche paradiso tropicale, sorseggiando drink direttamente dal menu all inclusive di un villaggio a cinque stelle.
Ma l’India non è un villaggio all inclusive, non è neanche un viaggio per tutti e lo dice una che ha tenuto per due settimane il sedere sul sedile posteriore di un’auto con tanto di driver e aria condizionata funzionante (a fasi alterne, ma funzionante!). La prima cosa che ho chiesto all’autista, però, è stato di farmi emozionare e di farmi entrare in contatto con la sua gente. Sapevo già che capire l’India sarebbe stato impossibile, ma quando le ho aperto il mio cuore, il suo popolo -o almeno, una parte di esso- ne ha avuto una cura immensa.

Ma allora quest’India com’è?
Secondo me sarebbe più giusto dire “cos’è”, perché è innanzitutto un’esperienza estremamente soggettiva quindi posso provare a spiegarti cosa ha rappresentato per me e Diego.

L’India è un Paese stupendo che trasuda storia. E’ una serie di luoghi che ti mozzano il fiato e ti fanno credere di essere in un film.
E’ un luogo nel quale tornerò a tutti i costi, perché è un regalo immenso a livello umano.
E’ una medaglia con mille facce che non va capita, non va giustificata e neanche consolata. Va vissuta.

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E’ l’emozione incontrollabile al cospetto del Taj Mahal, e a quello non ci arrivi mai preparato. E’ ogni più piccola o grande strada allagata. E’ il monsone che non ci ha mai abbandonati, risvegliando dalle tenebre -leggi: fogne- ogni genere di animale classificabile sotto la categoria “sporco”. Continuo a saltare sulle sedie se un topo mi si avvicina troppo, ma ora riesco a condividere con lui la stessa stanza.
E’ la gente del deserto che ti prende per mano e ti sussurra “Scusate se la vostra giornata è stata rovinata dalla pioggia, ma grazie per averci portato fortuna, ora i nostri animali non moriranno di sete”.

L’India è il suo popolo variegato e secondo me descrivibile attraverso un unico elemento: lo sguardo. Ne ho incrociati milioni, forse miliardi. Ho accolto i più dolci, ho respinto -spesso senza successo- i più infidi. Perché gli indiani ti fissano e non lo fanno per metterti a disagio, per loro non è maleducazione puntarti gli occhi addosso con insistenza.
Ho incrociato sguardi che mi hanno fatto venire i brividi e che non ci tenevano proprio a nascondere tutta la triste idea che alcuni indiani hanno delle donne occidentali. Sguardi viscidi, semplicemente. Sguardi che mi hanno fatto sentire in difetto, fuori luogo.
Ho incrociato sguardi curiosi, sguardi che volevano solo rappresentare la chiave d’accesso ad una possibile conversazione. Quegli sguardi che tu ricambi ed è subito gioia, perché ti ritrovi pieno di domande, pieno di mani che stringono la tua, pieno di cellulari pronti a scattare foto (o di visi sorridenti impazienti di essere immortalati), pieno di individui che ti chiedono se hai bisogno d’aiuto. Ti ritrovi pieno d’amore. Pieno e basta.

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L’India è un mestiere improvvisato sul ciglio della strada e per pochi spicci puoi scegliere di affidarti al barbiere -mai visto lame tanto arrugginite- o al calzolaio o al sarto. Di qualunque cosa tu abbia bisogno, in India la troverai nel giro di dieci secondi perché ci sarà sempre qualcuno pronto ad improvvisarsi un esperto del campo.

L’India è un’esplosione di colori e credo di non riuscire a definirla in altro modo. Basti pensare al fatto che ha una città blu, una dorata, una rosa, una bianca.
Le donne indossano stoffe sgargianti, come se avessero tirato fuori a caso dall’armadio i primi pezzi trovati, eppure il risultato è sempre sbalorditivo. Mettono allegria, i loro vestiti tradizionali.

L’India è quel posto che sembra diviso a metà, che cambia totalmente nel giro di pochi chilometri e mi riferisco anche alla gente incontrata. Abbiamo abbracciato persone che ci avrebbero donato il mondo pur essendo due perfetti sconosciuti, ma siamo scappati da altre che avevano in mente un unico obiettivo: fregarci.
In alcuni posti ti renderai conto di essere davvero solo il dollaro con le gambe di turno.

L’India è l’estremizzazione di ogni cosa, non accetta il bianco senza il nero e per entrare in contatto con lei bisogna necessariamente accoglierli entrambi, comprese tutte le sfumature del caso. E secondo me ciò che si riporta a casa dipende non solo dalle circostanze, ma anche dall’approccio mentale che si decide di adottare nei suoi confronti dal primo istante.

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Ma l’India è quel posto che ci ha fatto spesso e volentieri sentire a casa, è una serie enorme di “benvenuti!” che abbiamo ricevuto.
E’ un gruppo di persone che ti circonda mentre sei intento a bere un chai nel bel mezzo del nulla e che si siede accanto a te con sorrisi giganti come se ti conoscesse da sempre e tu sai che non puoi comunicare, ma ci provi ugualmente. Allora li ascolti parlare nella loro lingua e cerchi, a gesti, di far capire che non hai idea di quello che ti stiano dicendo. E ti quasi ti scoppia il cuore quando il driver ti sussurra che anche loro, proprio come te, ti stavano semplicemente comunicando “Vorremmo tanto parlare con te, ma non conosciamo l’inglese”.

L’India è il suo traffico infernale a qualsiasi ora del giorno e della notte. Attraversare la strada è un’avventura epica e mentre prendi coraggio per muovere i primi deboli passettini, inizi a pregare. Anche se non l’hai mai fatto, preghi lo stesso che nessun tuk tuk/camion/toro ti prenda in pieno. L’India è l’auto accanto che quasi ti viene addosso e tu ti domandi come faccia il tuo driver a non diventare nero dalla rabbia. Ma gli indiani sono così, rilassati, easy. E pensi a quante volte tu, nelle strade di casa tua, hai maledetto le altre automobili per cose ben più piccole.
L’India è un inquinamento acustico che fa paura, perché gli indiani hanno un feeling speciale con il clacson. Loro lo premono per tutto, dai sorpassi ai semplici avvisi. Sono convinta che a volte lo usino semplicemente per riflesso incondizionato. Tipo un tic, insomma.

L’India è trascorrere più di un’ora seduti sotto i quaranta gradi di Jaisalmer, aspettando che il proprietario della jeep che ha bloccato la nostra auto in un vicolo decida di farsi vivo. Ed è bello notare l’oralità generale di fronte la parola “carro attrezzi”. Ma L’India è anche sapere che se di ore ne fossero passate dieci tu saresti stato comunque in compagnia.
L’India è guardare sempre dove metti i piedi, perché se sei distratto nella migliore delle ipotesi pesti una cacca di mucca, nella peggiore delle ipotesi finisci in un tombino aperto.

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L’India è un luogo che ha regole nel non avere regole. Lo so che suona strano, ma è così. L’India ha un codice proprio, interno, un linguaggio segreto e anche le cose più assurde assumono i tratti della normalità. Ti sfido a non pensare almeno una volta al giorno “Sono in India, qui anche questo è normale”.
L’India è l’arte dell’arrangiarsi. E’ avere sempre una soluzione a portata di mano e vedere che se hai un problema ci sarà sicuramente qualcuno che si fermerà a chiederti se va tutto bene o se hai bisogno d’aiuto.

L’India è sporcizia e questo è forse l’unico aspetto non punibile dalla soggettività. Perché è davvero il luogo più sporco che io abbia mai visto. Quando dico che non è un viaggio per tutti non mi riferisco solo alla cultura, ma anche a questo. Innumerevoli sono le volte in cui mi sono tappata naso, occhi e orecchie.
Se ne è valsa la pena? Sempre.

L’India è un punto dell’Universo nel quale convivono innumerevoli religioni, culture, abitudini.
In India c’è spazio per tutti. E se non c’è lo si trova.
L’India è una festa continua, davvero, ogni occasione è buona. C’è sempre qualcuno che ha qualcosa da condividere attraverso colori sgargianti, canti, riunioni improbabili.
L’India è la musica Bollywood e mi chiedo come abbia fatto a non ascoltarla prima perché è una droga e quando parte il pezzo giusto è impossibile non iniziare a battere i piedi a tempo.

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L’India è una stazione di periferia che si abbina ad un treno in ritardo di undici ore sul quale ti aspetta un percorso di ulteriori undici ore. E’ non vedere mai il tempo trascorrere, è sentire alle cinque del mattino lo stomaco vuoto che inizia a fare male perché la cosa che più somiglia ad un ristorante è invasa dai topi e le patatine in busta che hai appena comprato sono scadute da due giorni.
L’India è essere pronti a cambiare programma all’ultimo momento, se serve.

L’India è il masala, l’insieme di spezie tramite il quale ogni cuoco mette la propria firma. Il cibo indiano è buonissimo ma questo probabilmente lo saprai già, ci crederesti che non l’avevo mai provato prima? Mi sono lasciata travolgere dai sapori decisi, dai mille tipi di chapati, naan e roti presenti. Ho mangiato rigorosamente con le mani, cercando di imitare i gesti locali. Ho condiviso piatti con un numero imprecisato di persone, lasciando che loro ordinassero ciò che ci tenevano a farci provare.

L’India è i suoi bambini, tutti, dal primo all’ultimo. Anche quelli che mi hanno fatta arrabbiare di brutto. Come è successo al Fatepur Sikri, dal quale siamo andati via dopo dieci minuti perché fare foto o godere del posto era impossibile. Decine di bambini addestrati a fare pena al turista, a portarlo allo sfinimento, a mettere in pratica le truffe.

Eppure i bambini forse sono ciò che di più forte ho portato con me al ritorno. I bambini che sguazzano nudi nelle pozzanghere, quelli vestiti con abiti coloratissimi per le feste, quelli che ti fanno ciao ciao e che ti chiedono di scattare loro una foto, per poi guardarla accanto a te. Tu sei lì che li osservi mentre attendono che la loro immagine appaia sul display e che, come sempre, incrocino poi le manine e con un debole inchino sussurrino “thank you!”. E poi corrono via, credendo di aver ricevuto un favore da un occidentale, ignari di aver invece fatto un regalo enorme a chi, con la reflex ancora tra le mani, non riesce a togliersi dalla faccia un sorriso da ebete.

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“Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama.
E’ sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno.
Si soffre a starne lontani.
Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.

Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto.
Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l’impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l’intero mondo ci abbracci.
L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato.
In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino”.

Avevo letto questa citazione di Tiziano Terzani prima di partire, ma non l’avevo capita del tutto. Con il senno di poi non mi resta che dire che trovare parole più adatte sarebbe impossibile.
Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
Proprio come l’India.

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About

Marika Laurelli. Travel blogger autrice di Gate 309, Web Writer e Storyteller Appassionata di tutto ciò che riguarda i social network e nutre un amore smisurato per il mondo, l'avventura, la scoperta.

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